La guida per salvarsi dalla censura e vendicarsi.

L’elenco dei social e delle app libere per esprimere le proprie idee senza essere censurati, ma soprattutto per vendicarsi di Facebook e Twitter.

La scelta di Facebook e Twitter di censurare il profilo del Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha anche risvolti positivi. Primo fra tutti quello di averci risvegliato da un grande sonno in cui eravamo caduti, imbrigliati in un sistema che ci dava l’illusione di poter vivere liberi, di poterci esprime e di poter cambiare le cose dando il nostro contributo.

Niente di questo è vero. Per Facebook e Twitter noi siamo numeri, privi di qualsiasi rilevanza se non quella di consentire loro di fare soldi: usano i nostri dati per profilarci, per conoscere le nostre abitudini e le nostre idee. Ci trasformano da utenti a consumatori, facile bersaglio di chi ha qualcosa da vendere, che siano prodotti o idee.

E proprio in quest’ultima parte sta il pericolo maggiore, perché ci siamo messi a nudo di fronte a chi vuole condizionare la nostra opinione, farci credere che quello che è il pensiero di una minoranza sia invece quello della maggioranza.

Come farci cambiare idea in tre mosse: lo “schema del biasimo”.

Ormai il re è nudo! Ormai abbiamo aperto gli occhi e ci siamo resi conto che in questa gabbia dorata siamo condannati all’irrilevanza: basta un click e non esistiamo più. Per arrivare a questo punto hanno fatto affidamento sulla nostra distrazione, sul fatto che noi spesso guardiamo, ma non vediamo. Ad esempio, vi siete mai accorti che dopo aver fatto una ricerca su Google o su Amazon, quando ci spostiamo sui social networks o controlliamo le nostre e-mail, la pubblicità che ci viene mostrata riguarda quello stesso oggetto che abbiamo cercato in precedenza?

Questo significa che siamo stati targhettizzati: sanno cosa vogliamo e ce lo offrono. Ma il sistema può funzionare anche al contrario: quando magari qualcuno esprime apprezzamento per un post di un personaggio politico o di una associazione, stiamo dicendo al social network qual’è la nostra opinione politica o il nostro pensiero riguardo ad un determinato tema.

Se qualcuno volesse farci cambiare idea avrebbe modo di sussurrarci all’orecchio, quasi senza essere notato, informazioni che tendono magari a screditare quel personaggio politico oppure notizie di stampa che mettono in cattiva luce la nostra opinione.

Ma in questo meccanismo, per farci cambiare idea, non basta un comportamento attivo, non basta cioè darci informazioni di segno contrario rispetto al nostro convincimento, è necessario qualcosa in più e cioè lo “stigma sociale”, il biasimo. “Queste sono le tue idee? Fai schifo, sei un fascista, sei un razzista retrogrado!”. Questa attività la svolgono gli altri utenti dei social network, quelli che stanno dalla “parte giusta”, quelli i cui post non vengono mai censurati, ma anzi hanno una visibilità sempre maggiore, sono pieni di like e di followers.

Ogni volta che esprimiamo una posizione diversa, veniamo attaccati, derisi, umiliati da orde di benpensanti con la battuta facile.

L’imparzialità dei social non esiste.

Perché lo “schema del biasimo” funzioni noi dobbiamo essere convinti di trovarci in un ambiente neutro, un ambiente nel quale la nostra opinione vale tanto quanto quella di un altro. Pensavamo che Facebook e Twitter fossero ambienti neutrali, nei quali la piattaforma non interferisse schierandosi a supporto dell’una o dell’altra parte.

Con il ban di Donald Trump e dei suoi collaboratori, abbiamo preso coscienza del fatto che non è così, che la categoria dell'”hate speech” come la definiscono loro non è nient’altro che l’opinione contraria.

In questo mondo falso dei social networks, quindi, le opinioni contrarie non hanno diritto di esistere e vengono cancellate, ma cancellare un’opinione significa rifiutare il dialogo come strumento di relazione e di contatto con gli altri, significa in sostanza la morte virtuale del dissenziente.

Libertà di parola non significa libertà di violare la legge.

Pretendere giustamente di potersi esprimere liberamente non significa poter dire cose contrarie alla legge. Sembra una considerazione ovvia, ma così non è.

La libertà di espressione è un diritto, che tuttavia ha dei limiti. Ora dobbiamo intenderci su quali siano questi limiti e su chi è titolato a farli valere. In uno Stato di Diritto, le uniche opinioni che non possono essere ritenute lecite sono quelle che sono in aperto contrasto con le leggi dello Stato, non con in termini di servizio di una piattaforma social.

L’unico soggetto titolato a far valere la contrarietà di una dichiarazione rispetto alla legge è lo Stato, attraverso uno dei suoi tre poteri, cioè la Giustizia. Serve quindi un Tribunale con regole certe per cancellare un post da un social.

Dove possiamo esprimerci liberamente?

Ci sono molti social networks che rispettano la libertà di parola e di pensiero, ma soprattutto che garantiscono la nostra privacy e non usano i nostri dati per venderci agli inserzionisti.

Ecco l’elenco:

Per i motori di ricerca si può passare da Google a DuckDuckGo, che non spia le nostre ricerche.

Per i social networks ci sono diverse opzioni. Per sostituire Facebook moltissimi utenti stanno passando a MeWe, senza censura.

Mentre per sostituire Twitter, gli utenti italiani stanno passando a Parler, anche se Apple e Google hanno bloccato il download dell’app. Vi allego anche il link per poter effettuare il download direttamente da questo sito.

Per sostituire Whatsapp ci sono due opzioni disponibili: la prima è Telegram, dove si possono creare anche gruppi di discussione e l’altra è Signal.

Chat libere e blog liberi.

Non appena ho avuto notizia di quello che stava accadendo anche io mi sono trasferito su altri social networks, dove ho già creato un gruppo al quale si stanno aggiungendo tantissime persone. Vi metto i link, ci vediamo lì.

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