Ciao Paolo | Ep. 41

Paolo Rossi, sembra passato solo qualche anno, ma in realtà ne sono passati quasi 40. Una vita. Paolo Rossi, quel 1982, quell’estate in cui l’Italia era grande.

Paolo Rossi

Chi ha la mia età si ricorda Paolo Rossi, se lo ricorda bene. L’Italia di Bearzot, quella del modulo all’italiana, quella che sconfisse i mostri sacri del Brasile e dell’Argentina.

L’Italia ha sempre pensato di essere poca cosa rispetto al resto del mondo e mai come in quei giorni un gruppo di uomini ci dimostrò che non era così, che il gioco solido votato al sacrificio, magari meno bello di quello dei nostri avversari, dava risultati. Dava grandi risultati.

La fatica, la paura di essere sopraffatti, il pensiero costante di essere ben oltre i propri limiti. In quella serie interminabile di momenti lunghi 90 minuti alla volta, tutti abbiamo guardato attoniti ed increduli all’impresa di scalare una vetta altissima e arrivare sulla cima del mondo.

La superba Argentina, il tracotante Brasile contro il Santo catenaccio di Bearzot e la folgore di Rossi, per dirla con le parole di Gianni Brera. 

In queste parole è riassunta l’emozione e la gioia di un popolo che in quell’estate del 1982 riscopriva se stesso e la sua forza. Forse da allora non abbiamo più provato quelle emozioni, quell’orgoglio di essere popolo unito che aveva vinto anche e soprattutto contro se stesso.

Io nel 1982 avevo 8 anni, non capivo appieno l’importanza di quel ragazzo con il sorriso grande come tutto il suo viso, ma vedevo che quelli più grandi confidavano molto in lui. C’erano in particolare alcuni ragazzi, quell’estate, che erano in visita dai nonni. I genitori erano emigrati in Germania e tornavano ogni anno per passare le vacanze in famiglia. 

Parlavano con un accento strano, eppure erano i più infervorati davanti alla televisione: sciarpe azzurre, in piedi al momento dell’inno nazionale, in religioso silenzio quando l’Italia soffriva, in piedi sul divano quando il pallone superava la trequarti.

Mi sono domandato spesso perché fossero loro i più tifosi della nazionale italiana, poi con il tempo l’ho capito. Gli Italiani erano considerati qualcosa di meno all’estero e Paolo Rossi con quei gol ci ha restituito dignità, ha sconfitto quelli che ci ritenevano inferiori.

Oggi, proprio oggi, il giorno dopo aver visto un Parlamento piegarsi ai diktat delle potenze europee che non attendono altro che banchettare sul nostro cadavere, Paolo Rossi ci lascia. La sua mancanza, la mancanza di un italiano come lui, oggi si sente ancor più forte.

Si sente forte anche la mancanza di quell’Italia vincente, solida, ben rappresentata da quelle foto sgranate di quarant’anni fa che testimoniano il tempo passato e la distanza siderale da quell’idea di Paese proiettato al futuro.

Noi che oggi siamo quelli che vivono il futuro degli anni ottanta possiamo solo rammaricarci di aver sprecato quell’eredità, quella dignità di popolo e di nazione riconquistate con l’impegno e oggi dilapidata, vissuta quasi come un fastidio dai nuovi progressisti.

Non ci consola il ricordo, anzi rende più dolorosa la constatazione di quanto sia misero il nostro presente. Oggi non c’è nessun Paolo Rossi che possa dimostrare il nostro valore, non c’è nessun Bearzot che sappia schierarci in difesa per non subire i colpi degli avversari.

Paolo è stato definito un campione normale, lontano anni luce dai fenomeni del calcio di allora, adulati come rockstar. Ma lontanissimo anche dai fenomeni di oggi, tatuati ovunque e seguiti da milioni di followers. Nella sua normalità c’era la sua grandezza che è stata descritta con grande lucidità da Mario Sconcerti: “Al centro dell’area era come se il suo talento l’avesse barattato con un ritmo di partita solo suo. Non vedevi niente, era come un deserto. In area si alzava della polvere, intuivi un gruppo di corpi, e se la palla andava in porta era stato Paolo Rossi”.

Ciao Paolo, italiano normale sulla vetta del mondo.

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