Chiesa bruciata in Francia: nuovo atto anti-cristiano?

In tutto il mondo l’attacco ai luoghi di culto e ai simboli della cristianità prosegue tra attentati e violenze sui fedeli. Il tutto nel disinteresse dei media e di larga parte della politica, impegnata a distruggere le identità dei popoli in favore della omologazione e della neutralità.

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L’ultimo incendio in ordine di tempo ha colpito la Cattedrale gotica di Nantes, consacrata ai Santi Pietro e Paolo. Negli ultimi due anni in Francia ben 21 chiese sono state colpite da incendi o tentativi di incendio, per la maggior parte di origine dolosa accertata.

Nôtre-Dame e Saint Sulpice a Parigi, Saint Denis, Grenoble, Tolosa, Rennes, Nancy, i casi più eclatanti. Ora è toccato alla cattedrale di Nantes, dove gli inquirenti hanno individuato il principale sospettato, un richiedente asilo ruandese che avrebbe appiccato il fuoco come ritorsione per le difficoltà incontrate nel rinnovo del visto di soggiorno.

Secondo un rapporto del Ministero degli Interni francese dall’inizio del 2019 si sono registrati oltre mille atti anti-cristiani, quasi il doppio di quelli anti-semiti e dieci volte il numero degli atti anti-islamici.

La situazione delle persecuzioni anti-cristiane nel mondo è preoccupante: violenze, violazione dei diritti umani, fino al vero e proprio sterminio come quello che si è consumato in Iraq, dove i cristiani erano un milione e mezzo e oggi sono ridotti a poco meno di 150 mila. Oppure in Siria, dove i cristiani erano un milione e mezzo nel 2011 e oggi sono ridotti a 500 mila circa.

Ma l’oppressione dei cristiani è un fenomeno presente, con punte anche di particolare violenza, anche in Iran, Egitto, Arabia Saudita, Nigeria, Camerun, Burkina Faso, Niger, Sudan, Corea del Nord. E ancora, Indonesia, Pakistan, Filippine, India. In questi stati si va dagli attacchi terroristici alle mutilazioni a colpi di machete e ad ogni sorta di violenza fisica e psicologica, spesso in un clima di impunità, quando anche non di connivenza, che viene garantito dai governi nazionali e locali.

Anche in Cina la libertà religiosa è contrastata con ogni mezzo dalla dittatura comunista che dal 2018 ha vietato la vendita on line della Bibbia e il controllo del culto cristiano viene esercitato con il pugno di ferro contro fedeli e ministri di culto. Addirittura vengono offerte ricompense ai cittadini che denunciano luoghi di culto non ufficiali.

Quando non assume tratti violenti, la repressione dei cristiani avviene con gesti fortemente simbolici come quello compiuto dal Presidente turco Erdogan, che qualche giorno fa ha revocato il decreto adottato nel 1934 dall’Ataturk Mustafa Kemal, trasformando la Cattedrale di Santa Sofia in una moschea, come ai tempi dell’Impero Ottomano. A pochi giorni dalla prima preghiera, prevista per il prossimo venerdì 24 luglio, Erdogan ha fatto visita al cantiere che sta provvedendo a riconvertire la chiesa in una moschea e ha chiarito che durante le preghiere islamiche i simboli e i mosaici cristiani verranno coperti.

Tutto questo somiglia molto ad una guerra religiosa che tuttavia passa sotto silenzio: i media non si occupano del fenomeno, limitandosi a dare informazioni sui singoli episodi e omettendo di evidenziare i collegamenti e le implicazioni.

L’atteggiamento della politica non è di certo migliore. Nell’ansia di non far torto a nessuno, i politici dosano le parole quando l’oppressione riguarda i cristiani che vengono definiti semplicemente fedeli (come hanno fatto Barak Obama e Hillary Clinton commentando l’attentato kamikaze di Colombo nel giorno di Pasqua). Con un timore, quindi, che nasconde l’ipocrisia del “politicamente corretto”.

Alcuni commentatori poi tendono addirittura a giustificare le violenze come un contrappasso, quasi che l’oppressione dei cristiani sia la giusta reazione contro chi riafferma il valore della nazione o ponendoli in contrapposizione con la tragedia dei migranti che affogano in mare. Per questi, in fondo, ce lo meritiamo.

Eppure il dovere di difendere la libertà religiosa dovrebbe essere prima di tutto un dovere dei liberali e dei laici che invece sono impegnati a rimuovere i crocifissi dalle scuole e dagli uffici pubblici e a vietare i presepi per non offendere le altre religioni.

Così facendo, però, alimentano solo la rabbia degli oppressi che vivono questo atteggiamento come una denegata giustizia. Una cosa è certa: non si può parlare di integrazione e di lotta alle violenze religiose mettendo la testa sotto la sabbia.

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